Quando il presidente degli Stati Uniti afferma esplicitamente di potersi appropriare di un territorio straniero appellandosi alla “sicurezza nazionale” e allo sfruttamento delle risorse, e lo fa a poche ore da un’operazione militare contro il Venezuela, siamo già oltre la dimensione della propaganda o della messinscena politica.

Chi continua a interpretare dichiarazioni di questo tipo come semplice consumo interno utilizza griglie di lettura ormai obsolete. Trump non mostra alcuna riluttanza a spingere Washington verso uno scontro diretto con la NATO. Anzi, una crisi di questo genere risponde perfettamente alla sua strategia di lungo periodo: svuotare l’Alleanza atlantica di contenuto politico e, se possibile, portarla al collasso.

Trump e il dossier Groenlandia

Come nel caso venezuelano, anche la Groenlandia è da anni al centro delle ambizioni trumpiane. Già nel 2019 Trump aveva tentato di imporre la questione. All’epoca, però, esistevano ancora barriere istituzionali in grado di frenarlo. Oggi quelle barriere sono state rimosse o stanno cedendo; il processo è stato analizzato nel dettaglio nel post dedicato all’auto-distruzione della democrazia americana.

Dal suo ritorno alla Casa Bianca, Trump ha ripetutamente evocato la possibilità di “acquisire” la Groenlandia, rifiutandosi in modo esplicito di escludere l’opzione militare. Il quadro che emerge è coerente: espansione territoriale, sfruttamento delle risorse e vantaggi economici privati vengono rivendicati apertamente come giustificazioni legittime dell’uso della forza statunitense.

Il caso venezuelano offre una chiave di lettura utile: Trump non ha mai cercato di costruire una narrazione etica fondata su democrazia, diritti umani o stabilità regionale. Ha indicato senza filtri petrolio ed egemonia continentale come obiettivi. È con questo stesso approccio che vanno interpretate le dichiarazioni sulla Groenlandia.

Non è casuale che, poche ore dopo l’intervento militare in Venezuela, Katie Miller abbia diffuso un’immagine della Groenlandia coperta dalla bandiera americana, accompagnata da una sola parola: “Soon”. Miller non è una figura ornamentale: fa parte del nucleo politico che ha definito la linea più dura su immigrazione e sicurezza interna e che oggi guida l’accelerazione autoritaria dell’amministrazione.

Negli ultimi mesi la Danimarca ha convocato diplomatici statunitensi dopo aver individuato attività di influenza occulta in Groenlandia riconducibili a soggetti vicini all’entourage di Trump. Tra queste: mappatura di attori politici considerati “funzionali”, contatti informali con esponenti euroscettici e diffusione di materiale volto a dipingere la Danimarca come potenza coloniale illegittima. Dinamiche che richiamano da vicino le operazioni di influenza russe, finalizzate a esasperare fratture interne, indebolire la coesione degli avversari e preparare il terreno a mosse più aggressive.

L’escalation è proseguita con la nomina di un “inviato speciale” statunitense per la Groenlandia. Trump ha ribadito pubblicamente che gli Stati Uniti “necessitano” dell’isola per la propria sicurezza e che il nuovo emissario, Jeff Landry, è pronto a “condurre l’operazione”. Le proteste di Danimarca e Groenlandia, che hanno ricordato l’evidenza, cioè che la Groenlandia appartiene ai groenlandesi, sono state ignorate senza alcuna correzione di rotta da parte della Casa Bianca.

Ha senso per gli Stati Uniti annettere la Groenlandia?

Sul piano strategico, l’ipotesi di annessione appare tanto spregiudicata quanto miope, esattamente come il progetto di concentrazione autoritaria del potere in corso negli Stati Uniti. I groenlandesi non desiderano diventare cittadini americani e le ragioni sono evidenti: abbandonare il sistema democratico danese, con il suo welfare, la sanità pubblica e le garanzie sociali, per un paese che scivola verso l’autoritarismo e considera i diritti un intralcio procedurale, difficilmente può apparire allettante.

Sul piano militare, gli Stati Uniti potrebbero occupare l’isola con forze limitate. La Danimarca non sarebbe in grado di opporsi. Ma cosa accadrebbe subito dopo? Un’occupazione armata aprirebbe una serie di problemi strutturali che non si risolvono con slogan: quale destino per il governo groenlandese? Chi amministrerebbe il territorio? Quale sistema giuridico verrebbe applicato? Come si gestirebbero i conflitti tra corti locali e direttive federali statunitensi? Una resistenza civile pacifica sarebbe trattata come protesta o come insurrezione? L’apparato sanitario, amministrativo e legale groenlandese è integrato con quello danese: Washington intende smantellarlo e ricostruirlo da zero? Con quali diritti per cittadini privi di rappresentanza politica? E soprattutto: cosa accadrebbe se Copenaghen invocasse l’articolo 5 della NATO, che prevede la difesa collettiva in caso di aggressione?

Molti di questi nodi, in teoria, possono essere “gestiti”. Ma la possibilità tecnica non equivale alla razionalità politica. Trump e il suo entourage sembrano ignorare che uno scontro frontale con alleati storici produrrebbe un rapido logoramento, potenzialmente irreversibile. In Europa, dove una parte crescente dell’opinione pubblica potrebbe smettere di trattare l’autoritarismo come una semplice opzione politica. E negli Stati Uniti, dove l’idea di annettere la Groenlandia non gode di un consenso significativo al di fuori del cerchio trumpiano.

Tuttavia, l’avvicinarsi delle elezioni di medio termine crea un forte incentivo ad accelerare. “Chiudere i dossier” prima di un possibile mutamento degli equilibri interni diventa prioritario. Se l’obiettivo è davvero l’annessione della Groenlandia e la rottura definitiva con la NATO, la finestra temporale è limitata ai prossimi mesi. Lo stesso vale per il piano di manipolazione elettorale: anche quello deve completarsi rapidamente.

Quindi?

Gli Stati Uniti non hanno alcuna necessità strategica di annettere la Groenlandia. Nell’ordine internazionale ormai archiviato, l’isola era già un alleato: ospitava basi americane, garantiva cooperazione, accesso alle risorse e permetteva a Washington di ottenere ciò che le serviva, comprese le terre rare, senza demolire l’architettura politica occidentale. Ciò che emerge oggi è un progetto espansionista puro, aggressivo, miope e intrinsecamente instabile.

I segnali, però, sono chiari e convergenti: l’Europa deve prepararsi subito. A Washington la democrazia non è più un principio operativo; il Congresso non agisce come contrappeso dell’esecutivo ma come organo di ratifica ex post, più vicino, sotto questo profilo, alla Duma russa che a un parlamento autonomo e i residui freni istituzionali stanno cedendo.

L’Europa si trova sotto pressione su più fronti: la Russia è apertamente ostile. Gli Stati Uniti lo sono diventati. La Cina mantiene una postura altrettanto ostile, seppur più prudente, coordinandosi da tempo con Mosca per indebolire le democrazie europee.

L’amministrazione Trump sta edificando un regime di autoritarismo competitivo a una velocità superiore a quella osservata nell’Ungheria di Orbán o nella Turchia di Erdoğan. L’Europa deve partire da una constatazione netta: l’integrità territoriale non è più garantita, la deterrenza non può più essere delegata ad attori esterni e difendere la sovranità potrebbe presto significare prepararsi all’impatto non solo contro Russia e Cina, ma anche contro gli Stati Uniti.

Auguri…

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